Gian Carlo Caselli

Nasce ad Alessandria, il 9 maggio 1939  da una famiglia povera: i nonni sono contadini della campagna di Fubine e il padre un operaio. Consegue la Maturità Classica al Liceo Salesiano Valsalice (lo stesso del cardinale Tarcisio Bertone e di Marco Travaglio). Si laurea in Giurisprudenza a Torino nel 1964. Nel 1967 vince il concorso in magistratura. Dopo due anni viene assegnato alle funzioni di giudice istruttore a Torino.

È sposato con Laura, insegnante di matematica. Ha due figli: Paolo (nato nel 71) e Stefano (nato nel 75).

Dice di se stesso: «Avevo 29 anni nel 68, ma non “l’ho fatto”. Sono sempre stato un secchione, a scuola e sul lavoro, e in quell’epoca cercavo di imparare presto e bene il mestiere di magistrato».

Dal 1964 è assistente universitario per la cattedra di Storia del diritto italiano presso l’Università di Torino.
Nel dicembre 1967, vinto il concorso in magistratura, viene destinato al Tribunale di Torino, ove nei primi anni settanta è Giudice Istruttore Penale. Dalla metà degli anni settanta sino alla metà degli anni ottanta, si occupa di reati di terrorismo riguardanti le Brigate Rosse e Prima Linea.

Nel 1984 fa parte della commissione per l’analisi del testo di delega del nuovo codice di procedura penale e nel 1991 è Consulente della Commissione Stragi. Dal 1986 al 1990 è componente del Consiglio Superiore della Magistratura. Nel 1991 viene nominato Magistrato di Cassazione e diventa Presidente della Prima Sezione della Corte di Assise di Torino.

Dal 15 gennaio 1993 fino al 1999 è Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Palermo ottenendo importantissimi risultati nella lotta alla mafia come l’arresto di boss del calibro di: Leoluca Bagarella, Gaspare Spatuzza, Giovanni Brusca. Dal 30 luglio 1999 è Direttore Generale del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria.
Dal marzo 2001 è il rappresentante italiano a Bruxelles nell’organizzazione comunitaria Eurojust contro la criminalità organizzata. Dopo aver ricoperto il ruolo di Procuratore Generale presso la Corte d’Appello di Torino, viene nominato Procuratore Capo della Repubblica di Torino con voto unanime del Consiglio Superiore della Magistratura il 30 aprile 2008.

Nel 2008 compare in Anni Spietati – Una Città e il Terrorismo: Torino 1969-1982 sulle Brigate Rosse, documentario di Igor Mendolia basato sulla storia delle Brigate Rosse nella città di Torino.

Nel 2009 coordina le indagini sul “G8 dell’università di Torino” dello stesso anno e dispone 25 arresti per reati commessi in occasione delle manifestazioni del movimento NO TAV nel gennaio del 2012. Per questa ragione è più volte contestato dai membri del movimento NO TAV. Con documento del 13 aprile 2013 proposto dal Movimento 5 Stelle conseguentemente ad una indagine di preferenze eseguita mediante voto on line, Caselli rientra nella lista dei candidati alla Presidenza della Repubblica.

Nel novembre 2013, Caselli annuncia il suo prossimo pensionamento in dicembre.

“Caselli va in pensione. L’annuncio con una email”
La Repubblica, 12 novembre 2013

“Alla Certosa di Avigliana gli preparavo i funghi” – intervista a Don Ciotti
La Stampa, 12 novembre 2013

Il governo Berlusconi III, essendo probabile nel 2005 la nomina di Caselli a Procuratore Nazionale Antimafia, presentò un emendamento per mezzo del senatore Luigi Bobbio (del partito Alleanza Nazionale) alla legge delega di riforma dell’ordinamento giudiziario (la cosiddetta “Riforma Castelli”).
Grazie a tale emendamento, Caselli non poté più essere nominato per quel ruolo per superamento del limite di età. La Corte Costituzionale, successivamente alla nomina di Piero Grasso quale nuovo Procuratore Nazionale Antimafia, dichiarò incostituzionale il provvedimento che aveva escluso il giudice Gian Carlo Caselli dal concorso.

Nel libro “Un magistrato fuori legge” (Melampo Editore, 2005), Caselli scriverà:
«Sono l’unico magistrato italiano al quale il Parlamento ha dedicato espressamente una legge. Una legge contra personam che mi ha espropriato di un diritto: quello di concorrere, alla pari con altri colleghi, alla carica di Procuratore Nazionale Antimafia. Autorevoli esponenti del centrodestra hanno chiarito pubblicamente che la mia esclusione era da intendersi come un “risarcimento” al senatore a vita Giulio Andreotti, da me ingiustamente “perseguitato” con l’inchiesta aperta nei suoi confronti quando ero Procuratore Capo a Palermo. La verità è stata ribaltata. Quell’inchiesta, infatti, ha portato a una sentenza della Corte d’Appello di Palermo, poi confermata dalla Cassazione in modo definitivo e immutabile, che ritiene “commesso” e “concretamente ravvisabile” a carico dell’imputato, fino alla primavera del 1980, il delitto di associazione a delinquere con Cosa Nostra. La sentenza non è di condanna perché prende atto della prescrizione di quel delitto, mentre per i capi d’accusa successivi al 1980 il senatore a vita viene assolto con lo schema tipico dell’insufficienza di prove. Questi sono i fatti. Eppure, una certa politica non ha avuto alcun dubbio su chi fosse da risarcire e chi da colpire».